A proposito delle Province: un dimagrimento necessario

Si può misurare il grado di democrazia di un Paese in base al numero degli eletti? E “viene meno la democrazia” non eleggendo più direttamente i consigli provinciali come paventa il Presidente Ventola? Vero è che Ventola è in questi giorni in buona compagnia, con gli appelli a “non stravolgere la Costituzione” se i senatori non venissero più eletti direttamente dai cittadini, ma l’abolizione delle province tramite modifica costituzionale è al primo capitolo del programma elettorale 2013 del partito di appartenenza del presidente Ventola, così come di tutti gli altri partiti, e non solo alle ultime elezioni, è dal  1970, con l’istituzione delle Regioni, che tutta la “politica” invoca la fine delle province, solo che stavolta sembra si passi dalle parole ai fatti e lo sconcerto ci assale.

Succede che, come da suo programma per le primarie 2012 e 2013, Matteo Renzi ha presentato la proposta del Governo per l’ammodernamento e lo snellimento funzionale e del costo delle istituzioni: ridefinizione del Senato (delle Autonomie) con membri non più eletti e non più retribuiti e superamento del bicameralismo paritario, soppressione del CNEL (che nella sua ultracinquantenaria storia non ha mai partorito un disegno di legge, ma conta ben 64 membri ovviamente ben retribuiti),  la revisione del Titolo V (Regioni, Province, Comuni) che fissa tra l’altro un tetto agli emolumenti spettanti ai Presidenti di Regione e agli altri membri degli organismi regionali (che non potranno superare quelli del Sindaco del capoluogo regionale) cancellando rimborsi o altri trasferimenti di denaro e, infine, cancella la parola “Province” dall’art. 114 della Costituzione istituendo le Città metropolitane (senza ulteriore retribuzione per i componenti) definite proprio in quell’articolo e mai nate.

Ora, è noto che la revisione costituzionale abbisogna di più passaggi in Parlamento, e quindi nelle more,  il DDL DelRio “blocca” le elezioni di nuovi consigli provinciali in scadenza (318,7 milioni di euro, di cui circa 118,4 milioni a carico dello Stato) con relativi costi, salvaguardando le funzioni sovracomunali assegnandole alle “nuove province” non elettive.

Le nuove province diventano “enti di area vasta” coordinati politicamente dall’Assemblea dei Sindaci e da consiglieri non più eletti ma nominati dai comuni del territorio, con incarichi svolti a titolo gratuito in quanto assegnati ad eletti nei Comuni (la scelta democratica è slavaguardata) e quindi già retribuiti. La Sesta Provincia, come le altre, NON verrà quindi accorpata, come nell’ipotesi del governo Monti, con quella di Foggia, scompariranno invece le figure del Presidente, della Giunta e del Consiglio e di tutti gli altri enti para‑provinciali (5.521 censiti dalla banca dati della Corte dei Conti). A loro posto opererà l’Assemblea dei sindaci del territorio provinciale, costituita da tutti i sindaci dei comuni con più di 15 mila abitanti e dai presidenti delle unioni di comuni con più di 10 mila abitanti; l’Assemblea eleggerà un Presidente con un sistema di voto ponderato (ogni sindaco conterà in proporzione al numero di abitanti del suo comune) e assolverà alle funzioni di pianificazione nelle aree di competenza delle attuali province, come trasporti, rete ed edilizia scolastica e gestione delle strade provinciali. Gli incarichi nell’assemblea provinciale, così come nelle Aree metropolitane e nelle Unioni dei Comuni, non saranno remunerati, se non per le indennità già attualmente spettanti ai consiglieri eletti nei comuni (l’ Università Bocconi stima le spese relative alle indennità e rimborsi a consiglieri e assessori nelle province italiane in circa 113,63 milioni di euro annui); anche in quei Comuni in cui i consiglieri e gli assessori aumentassero per effetto del DDL, i costi attualmente fissati a bilancio non potranno aumentare, avremmo cioè maggiore rappresentatività a costi invariati.

Si poteva fare di più e meglio? Senz’altro sì, ma in questo contesto politico frastagliato e sovradimensionato, forse di meglio non si può sperare, e del resto a furia di inseguire l’ottimo e in nome del benaltrismo, il passo verso l’immobilismo è certo. Ben venga allora questo  primo passo verso quelle Riforme per lo snellimento burocratico e il “dimagrimento” delle istituzioni che il Paese attende da sempre.

Ruggiero Crudele – Associazione “Adesso! Barletta”

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