Il primo documento in nostro possesso che certifica l’istanza per la costruzione del primo trabucco a Barletta, datato 20 luglio 1892, tratto dall’Archivio Storico di Barletta, è l’istanza sottoscritta dal sig. Mauro Bassi di Trani che indirizza la sua richiesta all’ufficiale di porto del nostro Circondario Marittimo. Il quale, a sua volta, la smista al nostro Comune, che il 31 luglio risponde con un parere favorevole firmato dall’ing. Giovanni Milano (futuro sindaco della città).

Che si tratti del primo trabucco non ci sono dubbi, perché la realizzazione del progetto del nuovo porto, con la costruzione del braccio di levante (progetto Mati 1869) risale alla seconda meta dell’Ottocento, e la prima cartina che definisce graficamente il porto risale al 1887.

Da allora vi è come un collasso informativo sui trabucchi del nostro porto, ma sullo sfondo di alcune sbiadite fotografie risalenti intorno alla metà del Novecento, rileviamo tre trabucchi sul braccio di levante e due su quello di ponente, cinque trabucchi che si ridurranno a due nelle foto giunte fino a noi risalenti intorno agli anni Sessanta.

Attualmente sopravvive un solo trabucco, ma meglio sarebbe dire lo scheletro di quello che fu l’ultimo trabucco della nostra storia, che è stato riprodotto con numerose foto e disegni vari di alcuni fra i nostri pittori più noti. Di articoli di stampa, ne conserviamo solo uno risalente al 10  luglio del 1970, firmato da un cronista de “La Gazzetta del Mezzogiorno”, per il quale l’uso indiscriminato delle reti a strascico aveva notevolmente ridotto la pescosità di fondali un tempo particolarmente ricchi. Ma la cosa più interessante, dell’articolo, era la foto (di Calvaresi) a corredo del pezzo che riproduceva, sul molo di levante, due trabucchi, tutti e due in eccellenti condizioni.

 

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Per l’ultimo trabucco, di proprietà della famiglia Ricatti da cinque generazioni, numerose sono state le associazioni che, fra la fine del Novecento e gli inizi del Duemila, si sono prodigate per il suo restauro, ma per mancanza di fondi (e una certa disattenzione da parte delle Amministrazioni comunali) non se n’è fatto nulla. Finché gli ultimi proprietari non hanno lasciato il trabucco in concessione al Comune di Barletta che, agli inizi degli anni Duemila, sotto la spinta sollecitatoria dell’Associazione “Amici del Trabucco di Barletta”, (Amministrazione Maffei, 2007) e poi dell’Associazione “Barletta si fa in quattro” (Amministrazione Cascella, 2011), non ha promosso tutte quelle iniziative dirette al suo restauro, di concerto con la Regione Puglia.

Con Delibera n. 79 del 10 aprile 2014 la Giunta Comunale di Barletta (Amministrazione Cascella) decise di promuovere il recupero del trabucco superstite della città, indirizzando in data 5 maggio 2014 una istanza alla Capitaneria del porto di Barletta per ottenere l’uso temporaneo dell’area demaniale dove insisteva il manufatto (procedimento che si sarebbe concluso nella primavera dell’anno successivo).

Il 20 novembre 2014 l’assessore regionale Angela Barbanente faceva approvare in giunta regionale un disegno di legge ad hoc: “Norme per la conoscenza, la valorizzazione e il recupero dei trabucchi”, sollecitato dal governatore Nichi Vendola, che si proponeva di tutelare i trabucchi (inseriti nella Carta dei Beni Culturali della Puglia) impedendone sia la loro rimozione che il loro danneggiamento. I primi trabucchi ad essere censiti sul territorio pugliese furono quelli sulla costa garganica.

L’approvazione di questo disegno di legge era importante perché con esso si è voluto tutelare un pezzo di identità della cultura marinara e costiera pugliese. Lo step successivo fu l’approvazione delle linee guida sulla tutela dei trabucchi, recepite nel Piano Paesaggistico Territoriale Regionale.

Quindi, con LR n. 2 del 27 gennaio 2015 (contenuta nella legge di bilancio 2016), la Regione Puglia accolse le istanze di quei comuni costieri che potevano vantare la presenza di trabucchi assicurandone la propria conoscenza, recupero e valorizzazione. Alle istanze inoltrate dai Comuni della costa garganica, si aggiunse quella del Comune di Barletta attraverso una circostanziata domanda motivata dall’assessore Gammarota relativa al nostro ultimo trabucco, ultimo anche sulla costa adriatica, in avanzato stato di abbandono, e tuttavia ancora meritevole di essere salvato e ripristinato, anche per considerazioni storiche, perché esso era l’unico superstite, di ben cinque trabucchi operanti nell’area portuale di Barletta nel corso della prima metà del Novecento. Istanza che – come vedremo – sarà accolta dalla Regione Puglia.

Il 29 ottobre 2015, il Comune di Barletta inseriva la proposta del recupero del Trabucco nel Piano Triennale delle opere pubbliche.

Il 24 febbraio 2017, presso la Comunità di S. Antonio, veniva presentato il progetto esecutivo “per il recupero funzionale del nostro trabucco e l’allestimento didattico di un presidio museale” (Museo diffuso del mare), dall’assessore comunale Giuseppe Gammarota e dall’arch. Francesco Giordano. Presenti all’incontro anche il sindaco Pasquale Cascella e il consigliere regionale Ruggiero Mennea che aveva assicurato in tutti questi anni l’impegno della Regione Puglia nel recupero delle risorse con le quali finanziare la legge sul recupero e la salvaguardia dei trabucchi non solo delle zone garganiche (specialmente da Peschici a Vieste), ma anche di quello di Barletta.

Con determinazione dirigenziale n. 800 del 15 dicembre 2017, la Regione Puglia erogava la cifra di 500mila euro, per il recupero dei trabucchi del Gargano, recupero – extra protocollo – esteso a quello di Barletta a cui venne destinata la cifra di 100mila euro per il suo recupero, lasciando ad una eventualità futura la spesa per la musealizzazione dello stesso. Quanto all’importo per l’allestimento del Museo del mare (non finanziato dalla Regione) si sarebbe visto in seguito.

 

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Ma non sarebbe passato troppo tempo perché il 3 agosto 2018 il Comune di Barletta, a firma del sindaco Cosimo Cannito, inoltrava una istanza al presidente del GAL di Manfredonia Michele D’Errico per ottenere un finanziamento per coprire le spese dell’allestimento museale didattico lasciato scoperto. I fondi GAL – sia detto per inciso – sono fondi regionali destinati a interventi di sviluppo di attività produttive e turistiche nelle quali rientrano quelle marinare, tanto più che ci troviamo di fronte ad un asse di sviluppo del mare che va da Barletta a Manfredonia includendo Margherita di Savoia e Zapponeta. “Forse – concludeva ottimisticamente la relazione firmata dal sindaco Cannito – la musealizzazione del trabucco, stimata complessivamente per un importo pari a 100mila euro, potrebbe trovare giusta capienza nella misura 2.2 del PAL (piano di azione locale) 2014/2020”.

Assecondando questo auspicio, il progetto esecutivo, approvato con Determina Dirigenziale del Comune di Barletta n. 1298 del 10 settembre 2018, contempla entrambi i lavori, sia quelli di recupero e adeguamento funzionale del trabucco che l’allestimento museale didattico (1° stralcio, per l’importo di 100.000 euro).

Simbolo della comunità marinara locale, attraverso i finanziamenti regionali (il primo acquisito, il secondo auspicabile), oggi il trabucco si avvia a essere ricostruito e a diventare così un’attrazione turistica e museale.

Renato Russo

 

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IN RIQUADRO CON FONDINO

 

Note storiche e strutturali

 

Il trabucco trae il suo nome dal latino trabs, cioè trave, legno. Furono i fenici a inventare questo congegno. La più antica data documentata della loro esistenza in Italia risale al XVIII secolo e ci porta sulle coste abruzzesi (da Ortona a Vasto) e più giù lungo la costa garganica (fra Peschici e Vieste). In queste aree costiere i pescatori dovettero ingegnarsi per ideare una tecnica di pesca che non fosse soggetta alle condizioni meteomarine della zona. I trabucchi infatti consentono di pescare senza doversi inoltrare per mare, sfruttando la morfologia rocciosa di alcune zone pescose della costa. La struttura presenta una piattaforma protesa sul mare, sostenuta da due lunghi bracci, solitamente di pino di Aleppo (resistente alla salsedine) che sostengono una grande rete. Un tempo il mare era molto più pescoso e attraverso questo “congegno” si potevano pescare quintali di pesce.

La struttura doveva necessariamente essere molto robusta perché doveva resistere alle forti raffiche di Maestrale che investono il basso Adriatico. Questa tecnica di pesca era molto efficace, e consisteva nell’intercettare, con le grandi reti a trama fitta, cospicui flussi di pesci. La rete (detta “a bilancia”) veniva calata in acqua grazie ad un complesso sistema di argani, manovrati da almeno due pescatori (i traboccanti) ai quali era affidato il durissimo compito di azionare gli argani.

La sua struttura, solida e robusta, disegnava un elegante gioco di funi tese e di legni conficcati sulla massicciata della scogliera e un elementare meccanismo di discesa e di salita della grande rete in acqua destinata a raccogliere il pescato. La rete, un tempo intessuta da fili di canapa, da ultimo era di nylon. Le sue dimensioni raggiungevano circa 35 metri quadrati, configurando – alla struttura – una forma quadrangolare ad imbuto.

Oggi i trabucchi hanno perso la loro funzione economica che in passato ne avevano fatto una fonte di sostentamento, caratterizzando il paesaggio costiero del basso Adriatico, acquistando il ruolo di simbolo culturale e attrattiva turistica, rappresentando un elemento del patrimonio identitario della Regione.

 

 

 

 

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