Intervista a Francesco Delvecchio, l’interprete di Prospero Colonna nella Disfida 2017

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Che la nostra città sforni talenti non è una novità. Che questi talenti spesso non siano conosciuti proprio in casa nostra succede fin troppo spesso. Cosi quest’anno mentre la città si preparava all’edizione 2017 della Disfida mi sono soffermata a leggere i membri del cast artistico e tra i tanti nomi super noti mi sono fermata su un nome meno noto al “grande pubblico” di cui io però avevo sentito parlare e così ho fatto le mie ricerche. Ho scoperto che Francesco Delvecchio, classe 1991, è un ragazzo barlettano con la passione per il teatro, passione che sta trasformando in futuro lavorativo.

Francesco Delvecchio si è formato in regia cinematografica, televisiva e teatrale presso il Teatro Pubblico Pugliese. Ha partecipato a tanti seminari e master con i maggiori esponenti del teatro pugliese e non solo – come Gianpiero Borgia, Manrico Gammarota, Michele Sinisi, Nanni Moretti, Ettore Scola – e ha all’attivo tante collaborazioni e tre cortometraggi di cui è stato sceneggiatore, attore e regista. È stato il suo ultimo lavoro: “Eyes” – Nonostante la Xylella”, finalista al concorso Amarcord ad incuriosirmi particolarmente e a spingermi ad intervistarlo.

Partiamo dall’inizio: come nasce la tua passione per il Teatro?

Posso dire che mi sono avvicinato all’immagine molto presto. Già all’età di sei anni macinavo film a più non posso. Ricordo che i miei migliori amici erano le vhs di Zeffirelli e dei colossal e i miei si preoccupavano perché non andavo mai in strada a giocare con gli altri bambini. Più di tutti amavo teneramente imitare Bekim Femiuh la prima stella jugoslava arrivata a Hollywood, memorabile la sua interpretazione di Ulisse ne L’Odissea della rai di Franco Rossi ne rimasi folgorato.

Hai solo 26 anni e puoi già avvalerti di un curriculum traboccante di lavori. Tra i tanti qual è quello che rifaresti ad occhi chiusi e quale quello che non faresti più?

Il lavoro che più mi è piaciuto è stato quello in dei Dauni di Michele Sinisi, avevo il ruolo della Iena che vendeva la pala eolica per ricavarne profitto. Lavorare con lui è stata un’esperienza bellissima. Ricordo che avevo sempre con me “Hanno tutti ragione” di Sorrentino, Sinisi mi fece rielaborare un capitolo del libro che parlava dell’arte della seduzione, una rielaborazione che avesse qualcosa a che fare con il ritmo, ed ecco che prontamente mi misi all’opera: uscì un monologo di venti minuti accorato di “fuffa”. Tuttavia la gente era incollata alla sedia. Lo spettacolo ebbe anche la supervisione di Fabrizio Ferracane che mi spronò a continuare e mi diede sani consigli e critiche che accetto ben volentieri per continuare a migliorarmi. Tra le esperienze che ricordo con più piacere c’è anche il mio assistentato di regia nella Locandiera di Goldoni con la regia di Giampiero Borgia e la drammaturgia di Fabrizio Sinisi.

Il lavoro dell’attore è composto da tanto studio e tanta sperimentazione. Tu che tipo di attore sei? Preferisci il teatro classico o quello sperimentale?

Preferisco il teatro che non sia amatoriale fatto passare per teatro professionale. La mattina non ci si può svegliare e dire “io faccio l’attore o il regista“. Ho visto spettacoli che hanno rovinato e continuano a rovinare il buon nome del teatro. La parola teatro deriva dal greco teatrein che significa “guardare attentamente”, perciò odio tutto quello che teatro non è e si fa passare per teatro, la gente non è stupida e capisce perfettamente quando ciò che le viene presentato non è un buon lavoro. Sono ossessionato dal vero e da ciò che rende sia il teatro sperimentale che quello classico un’innovazione ad ogni replica, ovvero tanto studio e non la routine. Uno spettacolo già di per sé replicato la sera successiva non sarà mai uguale alla volta precedente.

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Oltre che al lavoro dell’attore sei anche vicino a quello dello sceneggiatore, scrivi infatti i testi dei tuoi cortometraggi. Da cosa nasce il voler sperimentale quest’altro ruolo?

Diciamo che la scrittura è una buona base per cominciare a creare. Nel mio caso la scrittura c’è sempre stata nel mio bagaglio creativo. Sin da piccolo cominciai ad inventare storie, a disegnare personaggi frutto della mia fantasia e a farli interagire tra di loro attraverso dei dialoghi. Soprattutto crescendo mi appassionai al genere western. Ho avuto sempre la sensazione che il suono dovesse essere un’esigenza che nasce da un meccanismo più o meno implicato dalle scene. Poi grazie al diploma come responsabile della regia di V livello CE e ai vari corsi frequentati la cosa si è andata affinando sempre di più.

Parliamo del tuo ultimo lavoro, il cortometraggio “Eyes, nonostante la Xylella” che è arrivato in finale al concorso Amarcord. Come è nata l’ispirazione per questo lavoro e cosa ti ha spinto a parlare di un tema tanto caldo per noi pugliesi?

Diciamo che il mio cortometraggio come i lavori precedenti e futuri che mi appresterò a fare sono sempre frutto della fermentazione mai dell’ispirazione. Per quanto riguarda il mio cortometraggio (che potete visionare alla fine dell’intervista)  posso dire che ho affrontato il tema senza incedere o cadere nella seriosità nella quale oggi il cinema incalza. C’è un argomento serio? Allora bisogna essere seriosi.
Subito, quando ho letto Nonostante la xylella, oltre questo c’è vita. Eyes perché lo spettatore deve e può diventare spett-attore come ogni bambino o agricoltore che continua a rimboccarsi le maniche e reinventare la vita. Se muore un pezzo di terra nolenti o volenti siamo anche noi protagonisti più o meno attivi o passivi della scena. Qui, infatti, la vera attrice è al terra anche se nel cortometraggio ci siamo io e da Luigi di Schiena. La terra e le radici saranno indelebili in noi. Anche se durante la finale del concorso Amarcord la madrina della serata Margherita Buy non ha premiato me poco importa. Questo è il secondo prodotto audiovisivo che realizzo e ne sono pienamente soddisfatto. Non bisogna abusare della storia, ma studiarla a fondo ed essere abusati da ess. Il responso del pubblico è stato molto alto e ancora oggi ricevo complimenti ma il merito è dello stesso pubblico per il quale nutro sempre tanto rispetto. “Sicuramente non si fermerà in regione” questo è stato un augurio venuto da alcuni membri della giuria.

Parliamo del tuo legame con Barletta: quanto c’è della tua città nel tuo lavoro?

Barletta? Diciamo che a volte rimpiango le mie radici ma è un rapporto di amore e odio. Da Barletta si può imparare tanto. Barletta è un teatro a cielo aperto, le cose migliori le prendo dalla strada. Se proprio non la si può amare a pieno tanto vale completare questo affetto per essa con la parte migliore attraverso la quale si mostra: la gente. Bukowski diceva che la gente è il più grande spettacolo del mondo e non si paga il biglietto.

Ogni vero barlettano ha un rapporto di odio/amore con la Disfida, un evento storico la cui rievocazione non ci soddisfa mai. Tu quest’anno hai avuto l’onore di vestire i panni del principe Prospero Colonna. Immagina di essere il regista della rievocazione, cosa cambieresti?

Lo stesso non si può dire per me. Io da piccolino ho sempre sognato di essere parte di questo evento, lo desideravo con tutto me stesso, essere un cavaliere o un altro protagonista. Mi ricordo mio zio, grandissimo appassionato di questo evento, ed io che facevamo il giro dell’isolato piazza Roma/ corso Vittorio Emanuele per guardarlo due volte: trombonieri, cavalieri e la restante parte. Mi ricordo Danny Quinn  (nella parte di Ettore Fieramosca) e Manrico Gammarrota ( Consalvo da Cordoba) che all’epoca non sognavo minimamente divenisse uno dei miei maestri. E quest’ anno eccomi qua. Interpretare Prospero Colonna? Onoratissimo. Proclamare Ettore Fieramosca quest’anno interpretato da Sebastiano Somma? E’ stato per me motivo di orgoglio. L’emozione? Quella no, un attore la dimentica nel camerino, è necessario spogliarsi e denudarsi di se stessi . Abbiamo fatto una grande serata di teatro di livello al giuramento in Piazza Marina con Gaetano Amato, Sebastiano Somma, Morgana Forcella, Luigi Di Schiena e la narratrice Sara Ricci, con testi e regia di Francesco Gorgoglione.
Pertanto non odio nulla. Il lavoro di Francesco Gorgoglione è ammirevole.
Se dovessi essere io il regista? Volo basso. Innanzitutto partirei come probabile aiuto regista forse. Ho tanto da imparare. L’umiltà prima di tutto. Poi Francesco Gorgoglione ha tanta pazienza invece io ho i miei difetti: sono maniacale, irascibile e molto cinico ma amo la lealtà. Utopicamente Barletta può fare di più non il regista della Disfida. Mi piace citare ciò che Santamaria ha detto presentando il suo primo cortometraggio da regista a Venezia: “il regista è il capitano di una nave in tempesta”, puoi esumare anche William Wyler di Ben Hur ma fin quando l’amministrazione intralcerà la direzione artistica ecco che quello che si può fare di più crollerebbe. Se è vero che Massimo D’Azeglio ci ha lasciato un patrimonio perché sotterrarlo e non trarne profitto? Si son fatti tre film al riguardo uno nel 1915, poi Blasetti nel 1938  e nel 1976 con Bud Spencer. Il regista deve fare bene il suo lavoro, questo è.  Francesco Gorgoglione ancora una volta ha dimostrato grandissima padronanza anche con vicissitudini e ristrettezze di budget. La gente ne è rimasta entusiasta ma perché la direzione del corteo stesso ha funzionato. Non c’è niente da aggiungere . Il problema? Sono le risorse economiche.

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Ogni artista ha delle fonti di ispirazione, quali sono le tue?

Le mie fonti di ispirazione sono la lettura, la musica meglio se classica o jazz, il disegno e poi il cinema muto.

Dacci tre titoli di film che consideri insuperabili…

I 400 colpi di Truffaut
Rapacità di Erich Von Streheim
Psycho di Hitchcock

Da chi ti piacerebbe veder recitare uno dei tuoi testi? Con chi ti piacerebbe collaborare in uno spettacolo teatrale?

A me piacerebbe lavorare con Elio Germano o Valeria Bruni Tedeschi di cui apprezzo tanto la sua leggerezza. Non ho la pretesa di far diventare io bravo un attore. Un attore bravo ti semplifica il tempo a disposizione specie quando lavori in maniera indipendente e il lavoro lo devi portare a casa senza ammaccature. A me poi piace lavorare su i segni del montaggio, l’immagine, i dialoghi e far emergere l’anima dell’attore. Il regista non è quello che si isola, un regista sa ascoltare.

Qual è il tuo sogno nel cassetto?

Ho una vita davanti,  per ora a me serve “fare”, i sogni vengono in secondo luogo ecco perché riguardo ai sogni dico sempre “ Ho sogni ma non ho cassetti” . Sicuramente incomincerò a svuotare i cassetti pieni di sceneggiature e di storie!

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Ilda Dinuzzi
Ilda Dinuzzi nasce a Trani il nel 1992. Durante la sua infanzia sviluppa l'interesse per la musica e decide di percorrerne la strada studiando per dieci anni solfeggio e violino; da tredici anni è parte attiva della corale polifonica "Il Gabbiano" di Barletta, con la quale ha potuto vivere molteplici esperienze musicali. Nel 2010 si diploma presso l'IPSSAR di Margherita di Savoia e nel febbraio 2016 consegue la laurea in “Scienze dei beni culturali” presso l'Università degli studi di Bari "Aldo Moro". La sua propensione alla bibliophilia la porta nel 2014 a decidere di aprire il blog, un spazio in cui dove condivide le sue opinioni e riflessioni sui vari libri letti, passioni ed esperienze vissute. Attualmente è redattrice di Barletta News occupandosi prevalentemente di musica, libri e teatro ed è anche in attesa di continuare il suo percorso di studi in Archivistica e Biblioteconomia presso l'università La Sapienza di Roma.

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