Animali notturni aggiorna la ricerca stilistica di Tom Ford, sfiorando la perfezione

Animali notturni si apre con un’insolita sequenza: un tremulare di carni sacrilego che sfida il senso del pudore, una parata di cellule che offendono il gusto sottile dell’intenditore borghese, e che, anzi,  ne sono la rappresentazione più parossistica. Quel culto del consumo che agglomera la materia in una metafora destabilizzante è in realtà l’obliquo di un’erosione profonda, nella quale al grasso che avanza danzando, oscenamente fiero dinanzi alla macchina da presa, risponde una metastasi altrettanto corrosiva, ma incorporea.

Animali notturni è un inno al dolore composto, un manifesto di corpi dissacrati, mutilati nel gioco cromatico tra il bianco pallido e lo scarlatto, eppur lasciati orrendamente intatti, relegati da qualche estranea forza fisica ad “essere” per morire. Il tourbillon da viveur d’una aristocrazia del gusto e del denaro è così eliso in una processione del canone e della vista, un apparato che Tom Ford semplifica per svuotare di significato, e che Susan / Amy Adams interpreta da funzionaria rispettosa e riverita. È un ministro non più animato da quel rapporto fiduciario di cui necessita un mondo fittizio per svolgere le sue funzioni eucaristiche, una liturgia silenziosamente distruttiva che al figlio di un Dio misericordioso sostituisce la coscienza delle miserie d’ogni uomo.

animalinotturni1

Fa specie osservare come la bellezza composta inscenata da Tom Ford conservi una dimensione plastica, incorruttibile nel suo estremo e paralizzante rigore. Così è per il corpo estremamente muscolare eppure inerte di Gyllenhaal, colto in una penombra che cela lo squallore gestendo la luce, e per quello del mostruoso Aaron Taylor Johnson, sconsacrato sfacciatamente dalla cinepresa nelle proprie intimità; e poi la perfezione delittuosa, così estranea al modus operandi tribale e istintivo d’un uomo che dopo una colluttazione con un’adolescente s’accarezza i genitali, un urlo che squarcia e disarmonizza la percezione come un De Chirico nella desertica desolazione texana.

È il momentum dell’opera, il passaggio che trasla l’orrore irrazionale dal contrasto estetico all’universo dell’emotività, che rivela una violenza sentimentale armoniosa eppure così innaturale. Quell’incomprensibilità che sembra turbare profondamente Susan, lasciandole l’illusione di potersi insinuare in quei pertugi, nei luoghi dell’animo dove aveva chirurgicamente operato quel distacco. Un aborto sentimentale e materno che è il più crudele degli addii. Poi la magia del Cinema e dell’Illusione: campo lungo in un lussuoso ristorante. Vocii. Risa. Amore, si, ma quello altrui. La sala si svuota pian piano. Primissimo piano, impietoso, su un iride ceruleo e su un viso non solcato da alcuna lacrima. Titoli di coda.

Drama is life with the dull bits cut out (Alfred Hitchcock)

Commenta questo articolo

PANORAMICA RECENSIONE
voto
CONDIVIDI
Articolo precedenteEmiliano: ecco il DDL per la lotta alla xylella
Articolo successivoE se non ci vaccinassimo più? Ritornerebbero malattie scomparse o comparirebbero nuove infezioni
Michele Lasala
Michele Lasala è nato a Barletta l'11/6/1989. Ha conseguito la maturità scientifica nel 2010. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, indirizzo d'impresa, é giornalista pubblicista dal 2016. Amante della lingua inglese, ha svolto un corso di Business English e possiede certificato Cambridge di livello B2. Nel 2016 consegue l'attestato Google: Eccellenze in digitale. Appassionato di Cinema e Poesia e scrittore a tempo perso, ha ricoperto il ruolo di responsabile della comunicazione presso NIDOnet e ne é attualmente addetto all'ufficio stampa. Dal Gennaio 2014 é redattore di cultura e spettacolo presso la testata telematica Barletta News.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here