12 settembre 1945: settant’anni fa l’inaugurazione della lapide ai trucidati

Due anni dopo la strage di piazza Monumento, a guerra ormai finita, mercoledì 12 settembre 1945, veniva inaugurata la targa marmorea coi nomi dei dodici trucidati, opera dello scultore tranese Nicola Scaringi. C’era il ministro della guerra, Stefano Jacini, i comandanti delle truppe italiane, di quelle inglesi e dei polacchi, tutte le più alte autorità della regione, una marea di popolo. Messa in Cattedrale, coro diretto dal maestro Fucilli, corteo da piazza Castello, corso Cavour, corso Garibaldi, palazzo delle poste.

Tutto come si legge speditamente e con senza commozione nelle pagine ingiallite del Resoconto scritto dal canonico Santeramo, sedici pagine stampate in proprio dalla Tipografia Rizzi e Del Re. La gente di Barletta si prodigò senza risparmio per raccogliere mezzi, risorse ed energie atte allo scopo di tutelare il luogo dell’eccidio dalla cancellazione. La ringhiera donata da Pasquale Dellisanti. La sua posa in opera, come pure l’ornato metallico con la lampada, offerta gratuitamente da Giuseppe Paolillo in suffragio del figlio vigile ucciso. La ditta Graziano ha anche donato le basette, il signor Ruggiero Mastrorillo l’ha pitturata. E così via in un elenco lunghissimo, comprese le offerte in denaro che vennero poi distribuite alle famiglie delle vittime nel successivo mese di novembre…

Nessuna rimozione, più o meno cosciente, fu posta in essere, come avvenuto vergognosamente invece per il suolo del crollo in via Canosa del 16 settembre 1959 o come rischierebbe di accadere anche per il suolo del più recente episodio di malaedilizia in via Roma il 3 ottobre 2011. Ma anzi la città intera moltiplicò i propri sforzi affinché l’area di piazza Monumento, col muro della Posta crivellato dalle pallottole della mitraglia nazista, divenisse un altare, una specie di “ara” non distaccata dal corpo urbanistico circostante ma che avesse lo scopo di presidiare alle nuove generazioni il luogo del martirio.

Ambizione molto ben giustificata e comprensibile,: altri luoghi, altre vittime, altri episodi sono rimasti scolpiti “fisicamente” sul territorio, quasi a commemorare nella loro visione continua la suggestione dell’ora precisa, dell’istante supremo nel quale altri come noi si sono immolati, di loro propria volontà o per la fatalità del destino, come testimoni di tempi difficili.

Alla strage della stazione ferroviaria di Bologna, quella città ha inteso dedicare lo squarcio nel pavimento di una bomba senza colpevoli punti dalla giustizia. Nel settembre 2009, il nostro Gruppo di lavoro per il ricordo del crollo di via Canosa del 1959, ha realizzato la stele commemorativa coi nomi delle 58 vittime innocenti del caso più eclatante di malaedilizia: una lotta con la burocrazia, tanti sacrifici (anche personali) e una coda giudiziaria, quasi una beffa, tuttora tristemente irrisolta.

I barlettani del 1945, e con loro i figli dei vigili e dei netturbini trucidati, il Comune, le autorità del tempo, ebbero ben preciso davanti a loro il fatto di non far cadere nell’oblìo i resti di un luogo di vita divenuto patibolo, terreno di esecuzione capitale, macabro scenario di un ordine militare che consumava la rappresaglia abbattendosi sugli inermi.

La morte di quei dodici fu lo squarcio più profondo mai aperto prima nel tessuto civile di Barletta, una ferita che attraversava famiglie e categorie sociali, definendo nella fucilazione operata dal plotone nazista un orgoglioso senso di appartenenza a Barletta, che andava onorato e consacrato ai contemporanei ma soprattutto ai posteri.

Basta sfogliare la minuziosità delle cifre annotate con mano più che fedele dal canonico Santeramo, esponente di quella raffinata generazione di uomini di chiesa in prestito alla storia patria ed al suo culto (con monsignor Giuseppe D’Amato, al quale si devono altre pagine di ricostruzione di questi stessi avvenimenti), per ammirare lo slancio di solidarietà civile verso il  fresco ricordo delle vittime trucidate dai tedeschi.

Famiglie, aziende, artigiani, borghesi, centinaia di privati, funzionari comunali, una piccola grande schiera di persone che vollero dare, lasciando un segno concreto di quell’attaccamento ai valori di Patria e di civismo, ai quali è opportuno far andare il proprio pensiero soprattutto in questi momenti di crisi delle istituzioni e dei valori morali.

Tracce comunque significative di un aiuto concreto alla memoria dell’avvenimento più luttuoso, e che soltanto nel crollo di via Canosa del 1959 riuscì a trovare un’analoga spinta che unisse le coscienze per il ricordo di chi non c’era più. Queste ultime sono le vittime di uno scandalo nazionale di malaedilizia che a giorni, mercoledì 16 settembre, sarà commemorata nella Giornata istituita a gennaio dal Consiglio Comunale.

Ma i dodici fucilati in quella calda domenica mattina del 12 settembre 1943 hanno ormai trovato asilo nella nostra storia più recente, e vi occupano quel posto che Barletta seppe allora preservare da ben più gravi sconvolgimenti: la caduta della memoria, l’oblìo e l’abbandono, lo smarrimento delle nuove generazioni davanti ad una pagina della nostra come storia che una lapide, un’iscrizione, una frase, da sole, per quanto cariche di passione, non possono né devono poter bastare.

Come la riqualificazione dell’intera piazza Monumento, oggi allo studio, che una profetica visione del Comitato promotore per la targa marmorea di cui si compiono i settant’anni ebbe nel settembre 1945: “Piazza Martiri della Libertà”. Di un’attualità sconvolgente.

a cura di Nino Vinella

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