“The Barefoot Princess”: un documentario sulla più grande danzatrice del ventre dell’Oriente

Presentato a Cialuna il film indipendente di Samantha Cito e Simona Cocozza

E’ la storia di una donna in cerca di se stessa, è la storia di una persona che riesce ad affermarsi sfidando le avversità, ma è anche la storia di uno straordinario viaggio fra le culture diverse del mondo orientale. “The barefoot princess”, che in italiano significa “La principessa scalza”, documentario indipendente di Samantha Cito e Simona Cocozza, prodotto da GialloMare Film, è stato proiettato ieri sera nella libreria Cialuna. Presentato con successo in anteprima mondiale al VII Festival Internazionale di Granada “Cines del Sur” nel 2013, è uscito nelle sale italiane, a marzo, a Napoli e a Roma.

Il film-documentario racconta la vita di Kamellia, la più grande danzatrice del ventre dell’Estremo Oriente, che diventa metaforicamente la parabola di ogni essere umano alla ricerca di se stesso. Quello di Kamellia, giapponese, di origini coreane, è il percorso di una donna che,  viaggiando fra Asia, Africa e Europa, riesce a trovare la piena possibilità di esprimersi liberamente attraverso la sua passione, quella per la danza del ventre, una passione ereditata dalla madre.  Kamellia fu  la prima donna Estremorientale a praticare la danza del ventre, nella seconda metà del ‘900 e grazie a questo diventò una vera leggenda proprio nei Paesi Arabi, dove la stampa l’incoronò “Principessa della Danza Orientale”.  Un cammino che se le ha consentito di raggiungere questo risultato, non le ha però risparmiato sofferenze. Nel film è la stessa Kamellia che, avendo compiuto sessanta anni, una tappa particolarmente importante nella cultura giapponese (“da noi non si festeggiano tutti i compleanni ma solo il 20° che segna l’ingresso nel mondo adulto, e il 60°, quando devi prepararti a fare un passo indietro”), torna indietro con la memoria, fino a riappropriarsi delle sue origini e a ripensare ai motivi chela portarono, da ragazza, alla fuga in Occidente: la discriminazione razziale nei confronti dei coreani da parte dei giapponesi  e l’emarginazione femminile. Riposizionati tutti i tasselli del proprio passato, finalmente Kamellia fa ritorno in Europa, a Parigi, città da lei particolarmente amata, e qui è pronta a dedicarsi alla sua nuova missione: trasmettere le proprie esperienze, professionali e personali, a chi, dopo di lei, s’immergerà nella danza, tenendo corsi e lezioni a bambini e bambine.

Il film è stato girato in Giappone, Corea del Sud e Francia, e in alcuni luoghi molto suggestivi dell’Asia, come il tempio Shintoista del Sole non lontano da Osaka, all’interno del quale la protagonista esegue una danza, come fosse una preghiera. E particolare importanza è dedicata all’isola coreana di Jeju ed alla sua società matriarcale, visto che la madre della protagonista era proprio una Haenyo, pescatrice subacquea dell’isola. (Singolare la scena in cui mentre le donne pescano, gli uomini sulla riva giocano a carte).

I paesaggi orientali con i loro colori, le immagini poetiche dei movimenti di Kamellia mentre danza in luoghi diversi, le intense musiche di Carmine Terracciano contribuiscono alla bellezza del documentario che on è solo la biografia di una donna, ma è anche la storia della tenacia e della forza interiore di un’artista che con la danza si è riappropriata della propria femminilità ed è riuscita a sottrarsi a un destino segnato da sofferenze e sottomissioni.

Al termine della proiezione Giuliana Damato ha moderato il dibattito con le due autrici: Samantha Cito, barlettana, regista e sceneggiatrice laureatasi al Dams di Bologna e specializzata in regia e produzione cinematografica a Barcellona, Simona Cocozza, napoletana, regista, videoreporter, anche lei laureata al Dams, fondatrice della produzione indipendente Giallomare film.

Entrambe hanno voluto sottolineare come il valore della storia di Kamellia sta nel fatto che una donna sia riuscita ad affermarsi non, come spesso accade nel mondo occidentale, rinunciando alla propria femminilità e finendo con l’assomigliare all’universo maschile, ma sia riuscita ad affermarsi proprio nella disciplina più femminile che esiste cioè la danza del ventre

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