“Non dirmi che hai paura”, la storia della ragazza somala che sognava di correre

Presentato alla libreria Cialuna il romanzo di Giuseppe Catozzella  che narra la vita di Samia Yusuf Omar

14Una storia necessaria, ai confini con la realtà. Una storia così incredibile che non ha bisogno di fantasia. Eppure vera. Una parabola fra speranza e dolore che ha per protagonista una ragazza con il sogno di correre. Dalla vita di Samia Yusuf Omar, che dalla Somalia riesce a partecipare alle Olimpiadi di Pechino a 17 anni, che dall’ultimo posto con cui si qualifica nella gara dei 200 metri sogna il riscatto alle successive Olimpiadi di Londra, è nato il libro “Non dirmi che hai paura” di Giuseppe Catozzella, presentato ieri sera nella libreria Cialuna. A conversare con l’autore, Maria Grazia Vitobello, dell’associazione Barletta in rosa, e Isidoro Alvisi, delegato pugliese del Coni. Perché la vicenda di Samia non è solo la storia di una donna,ma soprattutto di un’atleta.  “Ho pensato che si dovesse raccontare questa storia di coraggio, dice l’autore, proprio nel nostro paese, l’Italia, che è il paese dove lei voleva arrivare per continuare a credere nel suo sogno, allenarsi e correre”. Quel sogno si infrange, infatti, proprio nelle acque del Mediterraneo, di fronte alle coste di  Lampedusa, dopo un viaggio disperato  attraverso il deserto da Mogadiscio a Tripoli. “Un viaggio epico, direi omerico, continua Catozzella, perché questi migranti sono veri e propri eroi, uomini e donne che per affermare se stessi e inseguire la vita , mettono in gioco tutto quello che hanno, la vita stessa”. La storia di Samia inizia a Mogadiscio, dove lei, ultima di sette figli, vive con la sua famiglia. Sin da bambina capisce che correre è la sua passione,  una passione che divide con Ali, amico del cuore e primo allenatore. Ma altrettanto presto appaiono chiari gli ostacoli e le difficoltà: in Somalia stanno prendendo piede le forze fondamentaliste e un regime politico che impedisce alle donne di correre, che arruola i ragazzi nei gruppi armati. In questo clima di progressivo irrigidimento Samia perderà l’amicizia con Alì e a poco a poco la possibilità di allenarsi allo scoperto. Ma le gambe chiedono di correre: lottando contro la povertà, il pregiudizio, la paura, sostenuta dalla famiglia e dal padre in particolare (il titolo del libro rimanda proprio aduna frase che il padre ripeteva sempre a lei alla sorella),  la ragazza riesce a qualificarsi alle Olimpiadi di Pechino del 2008 nella specialità dei 200 meri. “Un risultato incredibile, commenta Alvisi, perché quella è una gara difficile e noi lo sappiamo bene a Barletta, dove parlare dei 200 metri significa parlare di Pietro Mennea, una competizione, cioè dove non bastano il talento o le doti fisiche di madre natura, ci vuole tecnica e lei non aveva avuto alcun preparatore”. A Pechino arriva ultima, ma gareggia accanto a Veronica Campbell Brown, uno dei suoi miti. E capisce che  quello che vuole fare è correre. Il suo vero appuntamento sarà quello di Londra. Ma si trasforma presto in un appuntamento con il dolore e con la morte. In Somalia è costretta a correre di notte  o chiusa dentro il burka, il padre viene ammazzato,la sorella decide di fuggire in Europa, Ali entra nel gruppo dei terroristi. Samia comprende che deve andarsene. Deve andare in Europa, in Finlandia dalla sorella,  lì trovare un allenatore e farsi candidare per Londra. Di qui inizia Il racconto di un viaggio disumano attraverso l’Africa per arrivare all’imbarco a Tripoli: 18 mesi dalla Somalia alla Libia passando dalle mani di diversi trafficanti senza scrupoli, viaggiando stipati in 70, 80 persone in container privi di acqua e di aria. “Il viaggio dentro  al container spalanca  gli occhi sulla follia degli uomini. Dopo poche ore non ci sono più differenze di sesso. Uomini e donne sono uguali. Ci si riduce al comune denominatore. Di te resta solo l’ombra che chiede di sopravvivere”. E’ la voce di Samia che ci conduce dentro l’inferno con una narrazione in prima persona resa possibile dalla ricostruzione che Catozzella ha elaborato grazie ai racconti dei familiari, soprattutto la sorella con cui Samia manteneva costantemente i contatti durante le tappe del viaggio. “Parlare di Samia, conclude Alvisi, è parlare di una campionessa, perché arrivare a qualificarsi alle Olimpiadi significa fare tempi di un certo livello. Certo se avesse avuto un preparatore, perché no, anche qui in Italia, dove, è vero che da tempo non ci sono grandi campioni di atletica, però ci sono ottimi preparatori e una straordinaria accoglienza verso gli atleti stranieri. Samia,comunque, la sua medaglia l’ha vinta nella vita, perché lo sport non è solo una valore in sé ma è un veicolo di valori e questa storie ne è la prova”.

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