“La scelta di Lea”: storia di una madre – coraggio

Incontro nella sala rossa del castello organizzato dal Liceo Scientifico “Carlo Cafiero”

Nel libro di Marika Demaria il racconto del processo che ha portato alla sbarra gli assassini della donna strangolata e data alle fiamme perché si era ribellata alla ‘ndrangheta

Una storia di contrasti, di amore e di orrore, quella di Lea Garofalo, la testimone di giustizia uccisa dalla ‘ndrangheta nel 2009 perché aveva voltato le spalle al suo uomo, il boss calabrese Carlo Cosco, e provato a sognare una vita diversa.

La vicenda, per anni quasi ignorata dai media e dall’opinione pubblica, è stata raccontata da Marika Demaria, giornalista del mensile di Libera “Narcomafie” in un libro dal titolo “La scelta di Lea”, ad oggi l’unico diario giornalistico del processo che ha condannato in secondo grado, per l’omicidio della donna, lo stesso Cosco e altri complici.

Questa mattina nella Sala Rossa del castello la Demaria ha incontrato gli studenti del Liceo Scientifico “Carlo Cafiero”, nell’ambito di un progetto che prevede una serie di incontri con autori. Presenti il Dirigente della scuola, Professor Luciano Gigante, e il vicesindaco nonché assessore alle politiche sociali, Dottoressa Anna Rizzi Francabandiera.

silviagrima

Contrasti, dunque, in questa vicenda incredibile sulla quale, ora, anche grazie all’impegno di giornalisti attenti come Marika Demaria, si sono accesi i riflettori dell’attenzione collettiva. L’amore è quello di Lea per la figlia Denise. “Per lei e solo per lei – racconta la Demaria – Lea sceglie con coraggio di ribellarsi al suo uomo e in generale ad un’intera cultura fatta di illegalità e di omertà; se Lea tenta di cambiare pagina lo fa solo per Denise, per darle l’opportunità di vivere diversamente” .

L’orrore, invece, è quello che si prova leggendo quello che è stato fatto a questa donna coraggio. Dopo sette anni di vagabondaggio a cui le due donne sono costrette dal programma di protezione “che da un lato le tutela – continua l’autrice – dall’altro le isola e quindi le indebolisce”, Lea cade nella trappola dell’ex convivente e accetta l’aiuto economico che lui dice di volerle offrire. Sarà la fine. Lea viene prelevata, portata in un capannone alle porte di Monza, torturata e strangolata; il suo corpo è dato alle fiamme e i resti nascosti in un bidone, dove rimarranno per oltre quattro anni.

-Perché ad un certo punto hai sentito la necessità di raccontare questa storia in un libro?
Raccontare questa storia, parlarne il più possibile, serve a restituire dignità e verità a queste due donne, a Lea che è morta per Denise e a Denise che ora ha raccolto il testimone della madre e porta avanti con tanta sofferenza una battaglia difficile. E’ stata proprio la ragazza, infatti a denunciare suo padre e i suoi complici ed ora paga anche lei il prezzo di questa scelta vivendo sotto falso nome in una località segreta”.

-Il libro mette in luce drammaticamente l’arretratezza del contesto culturale in cui avvengono i fatti: quanto questo ha pesato nella vicenda?
“Moltissimo. Lea deve pagare non tanto e non solo per il fatto che può testimoniare le attività illecite della cosca a cui appartiene il suo uomo, quanto perché è una donna. E una donna non può umiliare un uomo. Dirà un pentito al giudice che lo interroga che in fondo era Cosco la vittima, perché Lea lo aveva tradito”.

Agli studenti che, visibilmente colpiti dalle tinte forti di questa storia, le chiedono quale ruolo possono avere in un tentativo di cambiamento, la Demaria affida un messaggio di speranza: “Si inizia a cambiare dalle piccole cose cercando di invertire una marcia che è prima di tutto culturale, perché come diceva Antonino Caponnetto “La mafia ha più paura della cultura che della giustizia”.

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