“In ginocchio”: storie di mafia per riflettere sull’indifferenza

Il duo “Ultimoteatro” con il Collettivo Exit al Punto Einaudi di Barletta

Storie di mafia, storie di due perdenti che però diventano simboli della sconfitta di un intero paese, vinto non solo dalla criminalità ma anche dall’ignoranza e dalla rassegnazione. Sorprende lo spettacolo “In ginocchio” rappresentato ieri sera presso il Punto Einaudi di Barletta dal duo “Ultimo teatro”, in collaborazione con il collettivo Exit. Sorprende per la semplicità dei due attori, Luca Privitera ed Elena Ferretti che sono anche autori dei testi e portano in giro per l’Italia lo spettacolo per il quale non è richiesto un biglietto ma solo una sottoscrizione volontaria. “In ginocchio è la situazione in cui si trova il popolo – dice Privitera – che non sa come ribellarsi a questa condizione che unisce tutta l’Italia da Nord a Sud, al contrario di quello che si può pensare”. Attraverso la storia di due personaggi, un uomo e una donna, entrambi figli della mafia, lo spettacolo mette in scena due volti drammatici di una stessa ferita: lei è perfettamente integrata nel ruolo di donna del boss, moglie silenziosa e obbediente, complice solo per il fatto di aderire in modo convinto a questo copione che comunque la contraccambia generosamente, anche se le ha ammazzato marito e figli (“Sa che cosa mi consola signore? Mi consola solo di avere ancora quelle case e di avere fatta contenta mia madre. Almeno il suo sogno l’ho realizzato…MI SONO SISTEMATA! “); lui, invece, è un ex assassino che, dopo aver commesso molti delitti, mostra di aver ben compreso i meccanismi di un sistema che non inizia e finisce in Sicilia con la mafia, ma trova la sua matrice nelle connivenze con il potere e soprattutto nell’indifferenza del popolo (“Io ho ucciso, ma ho ucciso prima di tutto me stesso quando ci permittìa a ‘sti mafiosi di essere tali, quando ci permittìa agli altri di parlare al posto mio”).

La loro storia è all’epilogo finale: i due infatti si trovano in carcere dove dialogano con un ipotetico giudice, non a caso assente fisicamente sulla scena e solo evocato dai due personaggi, quasi a sottolineare la distanza dallo Stato e dalla giustizia.

Non c’è un vero riscatto per questi due dimenticati che, costretti nel carcere a riflettere sulla loro vita, concludono di meritarsi ciascuno la propria pena. Lo spiraglio, inaspettatamente, però, viene offerto nell’ultima simbolica scena in cui i due protagonisti, mentre si spogliano dei loro abiti, confessano in una specie di litania le loro colpe e i loro peccati lasciando intravedere una speranza di purificazione se non altro interiore (“Abbiamo chiuso gli occhi quando abbiamo visto nascere cimiteri colmi di uomini innocenti che hanno urlato e denunciato questa infamità nella totale assenza di noi che sapevamo e non abbiamo fatto niente per questo il carcere ce lo meritiamo”).

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