“Il giuoco delle parti”, in scena con Umberto Orsini

Il dramma di Luigi Prandello in questi giorni al Teatro Curci

Un marito, una moglie, un amante: un gioco delle parti certo non insolito ma che nel dramma di Luigi Pirandello assume il tono amaro della rassegnazione dell’individuo al proprio ruolo, alla sua “maschera” che lo ingabbia in un copione sterile. “Il giuoco delle parti”, scritta nel 1918 dal grande siciliano, e diventata presto una delle sue opere teatrali più famose, è in questi giorni in scena al Teatro Curci con la compagnia di Umberto Orsini per la regia di Roberto Valerio. La trama, dunque, è quella di un classico triangolo amoroso: il protagonista, Leone Gala, non convive più con la moglie tranne che per una visita quotidiana di mezz’ora pattuita con accordo fra le parti; la moglie, Silia, tenta con la complicità dell’amante, Guido Venanzi, di uccidere il marito convincendolo a sfidare a duello il più abile spadaccino della città che, ubriaco, aveva scambiato la donna per una prostituta. Ma il cinico Leone, interpretato da uno straordinario Orsini, sfugge al tranello e al duello manda l’amante al quale, appunto nel giuoco delle parti, evocato dal titolo, spetta il compito di restituire l’onore alla donna con cui ha in effetti la sua relazione amorosa. (“Perfettamente secondo il giuoco delle parti. Io, la mia: lui, la sua. Dal mio pernio io non mi muovo”). Coerente con la poetica pirandelliana l’adattamento di Orsini e di Valerio che innestano la vicenda nei ricordi del protagonista che, anziano e immobilizzato su una sedia a rotelle, vive in una casa di cura dove è assalito dai flash back della sua vita passata, e per questo viene ritenuto pazzo da medici e infermieri. Il tema, dunque, della pazzia, fra i più cari a Pirandello, fa da cornice all’altra tematica, la recita dell’individuo costretto ad attenersi alle convenzioni sociali e a perdere la propria autenticità in un crudele conflitto fra ragione e sentimento che vede vincere la prima, ma perdere la possibilità di vivere davvero. “Era una ragione che partiva armata da un sentimento, prima d’amore, poi di rancore. Bisognava disarmare questi due sentimenti: vuotarsene. E io me ne sono vuotato”.
Se Leone Gala sembra, infatti, prendersi la sua rivincita e punire i due adulteri, la sua sconfitta appare con amara evidenza nella sua immobilità (la sedia a rotelle), e nella rappresentazione della sua vita ridotta a forma vuota, come un guscio d’uovo, metafora che si fa reale davanti agli spettatori nel gesto ripetuto dal protagonista di rompere delle uova e buttarle via come cosa morta, insignificante. Eccezionale prova d’attore di Umberto Orsini che aveva già recitato nel 1997 in questo dramma, allora per la regia di Gabriele Lavia, in una parte minore, e che ora, fra gli ultimi grandi attori italiani, torna come protagonista assoluto, a ricordare che il teatro non ha età.

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