“Berlinguer, i pensieri lunghi”, un ritratto del grande politico

In scena alla Tana, il monologo con Eugenio Allegri

“L’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora, a cosa serve l’utopia? A questo: serve per continuare a camminare”. Inizia così il monologo “Berlinguer, i pensieri lunghi” con Eugenio Allegri per la regia di Giorgio Gallione, andato in scena nei giorni scorsi alla Tana nella Sala Rossa del Castello Svevo. Una parabola lunga 40 anni che, attraverso la vicenda politica e personale dell’ultimo grande leader della sinistra italiana, ripercorre anche gli ultimi decenni della storia d’Italia.

Con l’oggettività lucida del racconto storico ma con la partecipazione di chi non può fare a meno di registrare un gap con il presente: “Berlinguer era un’idea di società, forse utopistica, forse confusa, ma era un’idea ed era una società”. Da Sassari a Roma dove viene eletto segretario della Fgci nel 1950, dagli anni del boom e poi dello sboom, della primavera di Praga, delle bombe di piazza Fontana, alla nomina, nel 1972, a segretario del partito; dalla vicinanza con la Russia sovietica (“E’ morto un amico” dirà al funerale di Stalin) alla dolorosa scoperta dei crimini del dittatore russo e allo strappo con l’Unione sovietica nel nome dell’ eurocomunismo. Dal grande balzo del PCI alle elezioni del 1976 («Eccoci» titolava l’Unità ), alle bombe nere e rosse che insanguinano l’Italia nel ’77. Fino al compromesso storico con Aldo Moro e al rapimento e all’assassinio del leader Dc.

Un momento drammatico, avvertito come tale dagli intellettuali dell’epoca (dirà Leonardo Sciascia: “Vale la pena di difenderlo questo nostro Stato?” Così com’è, no, non vale la pena di difenderlo. Come va diventando, siamo noi che dobbiamo difendercene”). Sono anni di scioperi duri come quello alla Fiat di Mirafiori, anni di lottizzazioni contro le quali inizia a prendere corpo l’esigenza di una questione morale, fino al 7 giugno 1984, a quel palco di Padova dove viene colto da un’emorragia cerebrale che lo porterà alla morte quattro giorni dopo. Eventi che incalzano e soprattutto che già contengono i segni  del declino: “Non sappiamo come sarebbe andata se Moro e Berlinguer non fossero morti, ma sappiamo come è andata dopo la loro morte”.

E a dirlo sono le immagini impietose che si stagliano sulla parete della sala: primi piani di vari politici di oggi, di colpo ancora più piccoli a confronto con Enrico Berlinguer, un uomo magro e timido, che “non ha voluto imparare il russo, non ama il pugno chiuso e non vuole indossare il colbacco, all’apparenza così fragile che non sapevi dove andava a prendere la forza per fare quei comizi così lucidi dove coglievi lo svolgersi di un pensiero e la forza di un leader”. Perché Berlinguer era persona e non personaggio, personalità e non personalismo.  Berlinguer era la sinistra italiana quando sembrava che la definizione avesse un senso, come recita il monologo finale scritto dal giornalista Enzo Costa che conclude questo emozionante ritratto di un uomo che era “l’opposto di Craxi, l’interfaccia di Moro, il figlio di Pertini, un non consanguineo di Andreotti, un non connazionale di Berlusconi”.

Parole che indignano ma che fanno pensare, grazie alla regia sensibile e misurata di Gallione e soprattutto alla bravura di Allegri, che accompagna per mano lo spettatore,  interpretando la  forza e fragilità del protagonista, in un crescendo di emozioni  e di riflessioni. Da far vedere ai giovani, che non hanno mai avuto dei riferimenti politici positivi come Enrico Berlinguer.

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