What’s UP? I film in uscita al cinema… dal 21 al 23 marzo (parte 1)

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In questa prima parte della rassegna settimanale, titoli che vanno dal documentario impegnato al comedy/drama francese, per terminare con una nuova incursione di Gore Verbinski nel cinema di genere. Buona visione!

I am not your negro   (21 marzo)

Il grande rivale di O.J. : made in America arriva sui grandi schermi italiani. Uscito perdente dal confronto con la grande opera di Ezra Edelman durante l’ultima Notte degli Oscar, il documentario di Raoul Peck offre un’analisi del movimento per i diritti degli afroamericani. Per farlo, sceglie di affrontare le morti dei più grandi leader politici, e non solo, di una corrente che urla la sua verità lungo tutto la storia statunitense: parliamo di personalità come quelle di Medgar Evers, Malcom X, Martin Luther King e James Baldwin. Proprio al corposo lascito culturale di quest’ultimo fa riferimento l’autore Ta-Nehisi Coates, nel suo percorso di svelamento che porta il problema razziale nella quotidianità dei rapporti umani e famigliari. Il documentario I’m not your negro riprende le redini di questo discorso, con l’intensa voce narrante di Samuel L. Jackson, attore che ha fatto della blaxploitation un valore aggiunto della propria carriera recitativa.

Il pugile del duce   (21 marzo)

Una storia dimenticata, una vicenda cui solo la vita avrebbe potuto dare un sapore così intenso e doloroso. Negli anni del fascismo, il pugile italiano, ma di origini congolesi, Leone Jacovacci, tocca l’apice della sua carriera di boxeur con la vittoria del titolo europeo dei pesi medi. L’onta della vergogna per il colore della sua pelle, spinge Mussolini a cancellare ogni traccia dei record sportivi di Leone, che vede terminare la sua carriera proprio lì dove quella di qualunque altro atleta sarebbe decollata. Saccucci, regista, collabora con il biografo Valeri per restituire dignità a quest’uomo depennato dalle ideologie, una testimonianza tragica di quanto anche lo sport possa essere specchio di estremismi politici e del giogo, imposto, della diversità.

Elle   (23 marzo)

Di Elle, film del regista olandese Paul Verhoeven, abbiamo più volte parlato su questa testata. L’opera è un collage coraggioso e prefisso a diversi livelli di lettura, che segmenta la repulsione emotiva nella divisione di genere, alimentando una sensazione di normalità distorta dalla crudezza di un evento. Verhoeven aggiorna quindi, in un certo qual modo, l’Ostlund imborghesito di Turist (Forza maggiore), ma lo fa incanalando la tensione in un registro più grato alla commedia che al dramma, muovendo da un antefatto che non dissacra una struttura sociale, ma l’integrità e l’onore di una donna. Nel film spicca una Isabelle Huppert sontuosa nel ruolo della protagonista. Una prova estremamente composta la sua, ricercata nell’equilibrio posturale. Un atteggiamento con il quale l’attrice francese lascia intravedere una decomposizione dell’anima, che è materia altra rispetto allo stupro. Michèle è una donna solida, coriacea, ma profondamente insoddisfatta, che finisce per attribuire una eco inaspettata e sadicamente veritiera alla primitiva violenza dello stupro. In un certo senso, è l’intrusione dolorosa del “nuovo” a trasformare definitivamente Michèle. Un film controverso, che segna l’apice artistico di un directeur accattivante tanto quanto estraneo rispetto agli schemi del cinema classico.

In viaggio con Jacqueline   (23 marzo)

In questo curioso titolo firmato da Mohamed Hamidi, il canovaccio classico della commedia “on the road” incontra il rapporto tra uomo e animale. Non una rivelazione, certo, ma di sicuro una piacevole e scanzonata pausa rispetto al risvolto, spesso intrusivamente tragico, di questo particolarissimo filone filmico (tralasciamo, per ovvie ragioni, il versante “oltre oceano”). Per non dilungarci in questa sede, citiamo solo i “nordici” Of horses and men e il sottovalutato Rams, oltre al francese (e di ben altra caratura) L’ultimo lupo di Jean Jacques Annaud. Se l’animale è spesso un golem che riflette arcanamente i conflitti interiori di chi vi si contrappone con la propria intelligenza, non possiamo negare che vi sia una sorta di connessione tra il cinema d’oltralpe e l’approfondimento emotivo di queste piccole (e apprezzate) produzioni. Non ultimo, il documentario di Alain Cavalier, Le Caravage. Proprio alla Francia guarda il protagonista Fatah, come meta ideale di un viaggio che potrebbe valorizzare il suo lavoro e Jacqueline, dolcissima mucca per la quale il coltivatore nordafricano nutre affetto e venerazione. Un sogno che lo porterà ad attraversare il mediterraneo, con l’aiuto economico dei suoi compaesani, con l’obiettivo di giungere al Salone dell’Agricoltura. Obiettivo evidentemente condiviso dal recente cinema europea, che finisce per accostare, volente o nolente, il film di Hamidi a Saint Amour di Delépine, con Gérard Depardieu. Una (piccola) speranza al che un ritorno alla connessione con la terra e con i suoi frutti ci faccia riscoprire più “umani”, in anni di così arido raccolto nei rapporti personali. Ma questa è un’altra storia. Nel cast spiccano Lambert Wilson e Jamel Debbouze.

La cura del benessere

Rieccolo Gore Verbinski, proprio all’indomani dell’uscita di The ring 3. Ritroviamo il regista, con il suo atteso ed ultimo lavoro, dopo una pausa più che decennale dalla sua meticolosa e spiccata professionalità: è l’inquietudine, non necessariamente spesa in campo orrorifico, a misurare il talento di un cineasta forse finora troppo nascosto dietro il peso specifico di alcuni suoi lavori. Con una paletta cromatica sempre più vicina al verde, Verbinski torna alle sue origini, a ciò che davvero gli si addice, lasciando definitivamente per strada i pur piacevoli divertissment di Rango, The Weather man, e dei film in cui ha diretto Johnny Depp per la Disney Studios. Ci fa piacere anche notare che il regista statunitense sembri non aver disdegnato l’uso del body-horror, in un’escalation di tensione psicologica che non può non richiamare alla mente The Jacob’s ladder, con Tim Robbins. Protagonista è Dane DeHaan, nei panni di Lockhart, rampante impiegato di un’azienda della quale si appresta ad incontrare il misterioso CEO. Sede dell’incontro è una spa, incastonata nell’idillio paesaggistico delle alpi svizzere. Ma quello che per il giovane è inizialmente un viaggio di piacere si trasformerà ben presto in un incubo, quando da “visitatore” il suo status muterà in quello di “paziente”. Nel cast spicca la presenza di Jason Isaacs (il Lucius Malfoy di Harry Potter, anche qui in subdoli panni). Infine, una chicca per appassionati: direttamente dall’horror austriaco Ich seh, Ich seh, giunge nel film di Verbinski la bravissima attrice viennese Susanne Wuest.

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Michele Lasala
Michele Lasala è nato a Barletta l'11/6/1989. Ha conseguito la maturità scientifica nel 2010. Iscritto alla facoltà di Giurisprudenza, indirizzo d'impresa, é giornalista pubblicista dal 2016. Amante della lingua inglese, ha svolto un corso di Business English e possiede certificato Cambridge di livello B2. Nel 2016 consegue l'attestato Google: Eccellenze in digitale. Appassionato di Cinema e Poesia e scrittore a tempo perso, ha ricoperto il ruolo di responsabile della comunicazione presso NIDOnet e ne é attualmente addetto all'ufficio stampa. Dal Gennaio 2014 é redattore di cultura e spettacolo presso la testata telematica Barletta News.

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