La senatrice Donatella Albano: “Vivo perché ho denunciato”

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“La mia forza: la mia famiglia”

Quando fu eletta consigliere comunale a Bordighera, nessuno si sarebbe mai aspettato che Donatella Albano avesse la forza di denunciare e poi debellare la collaborazione tra ‘ndragheta e politica locale. Lei, una donna come molte altre, non è rimasta in silenzio di fronte alle decine di intimidazioni compiutesi nel piccolo comune in provincia di Imperia; impedendo l’apertura di una sala giochi e, più in generale, mettendo freno alla pretesa di appalti di società gestite dalla criminalità organizzata, è riuscita a compiere quello che per altri sarebbe stato impensabile.

La incontriamo con altri colleghi nel corso di una conferenza stampa assolutamente informale. Donatella si passa le dita tra i capelli curandone così la pettinatura. Quasi incerta prima dell’intervista che con la più naturale spontaneità ci rilascia. Davvero subito un’amica ma con un bagaglio di paure e sofferenze difficilmente eguagliabili.  Un’eroina? Ma si, concediamoci questa corretta e retorica iperbole.

Lei ha due figli, un maschio e una ragazza di 30 e 27 anni. All’epoca dei fatti, nel 2010, avevano rispettivamente 26 e 23 anni.  La sua audacia non le ha procurato patemi e paure vere per i ragazzi e la sua famiglia?

Certo, me ne ha procurati eccomi, però non so spiegarmi. Quando ho deciso di fare le denunce, andare dai carabinieri, ho ponderato bene la situazione. La minaccia, credo di morte, l’ho ricevuta a mezzogiorno. Sono andata a casa, ho parlato con mio marito e con i miei ragazzi, era importante che loro sapessero. Non potevo nascondere ai miei famigliari la mia volontà di denunciare quei delinquenti. Mio figlio in particolare mi ha detto: “Mamma non cedere ai ricatti di quei delinquenti. Non ti rpeoccupare, noi siamo con te”; quindi loro sono stati la forza aggiunta alla mia.

Senatrice, la mafia ha memoria? Lei è ancora nella memoria della mafia?

La mafia non dimentica, in particolare la ‘ndragheta, che è quella più cattiva tra tutte le mafie. Il fatto che la ‘ndragheta non dimentichi mi è stato ribadito sia dai magistrati che dai carabinieri. Le racconto una notizia che non è uscita sui giornali: la mattina della denuncia, mi sono trovata davanti all’ufficio un corpo di fuoco di due persone, che mi hanno guardato con insistenza. Io ho guardato loro. era l11 dicembre del 2010, uscivo dall’ufficio che era a Bordighera, situato in una via nascosta, non in una via centrale e frequentata. Queste persone io le ho osservate bene, in particolare una delle due. Sono salita in macchina velocemente, ho chiuso le quattro sicure e ho dato uno sguardo allo specchietto. Loro hanno continuato a guardarmi, erano due ragazzi, avranno avuto 22-23 anni. Li ho visti bene, anche nei dettagli, e in quel momento mi sono detta “Vado dai carabinieri”. Già in precedenza gli uomini dell’arma mi avevano detto che qualsiasi persona o atteggiamenti sospetti io notassi, avrei dovuto subito riferirli. Così ho fatto quella mattina, sono andata in caserma e, in collaborazione con loro, ho fatto l’identikit di queste persone. Dopo due giorni li hanno arrestati. era già da qualche giorno che giravano a Bordighera, venivano da Seminara, una coppia di fratelli, e sono arrivati in corriera, né in treno né in auto. Devo dire che erano già stati localizzati dai carabinieri di Firenze, che avevano perquisito la loro abitazione trovando una pistola con la matricola abrasa, alcune mie fotografie e anche quelle di Totò Riina. Fu dedotto che erano arrivati per compiere un’esecuzione.

Se lei non avesse avuto l’intuito, la forza e anche il coraggio di denunciare la cosa ai carabinieri,, lei sarebbe ancora viva?

Non credo proprio. Non credo che sarei qui a parlare con lei. Però mi sono ricordata di quanto dicevano Borsellino e Falcone, quando tu ti metti in mostra, sotto ai riflettori, difficilmente ti toccano, ma nel contempo, nel moemnto in cui meno te lo aspetti, agiscono.

Quindi lei sta consigliano a chi dovesse trovarsi in una vicenda analoga alla sua di denunciare sempre e comunque?

Si, l’omertà va di pari passo con la mafia. Si, denunciare, poi saranno le forze dell’ordine e la magistratura a verificare, ma occorre denunciare, denunciare, mai esimersi e girare la testa dall’altra parte.

Lei è diventata senatrice in virtù di questa vicenda?

(Sorride e risponde)Spero proprio di no! Le dico: io sono stata consigliere comunale, il percorso politico l’ho fatto, l’impegno ce l’ho messo tutto. Ho fatto le primare, che ho vinto; nella provincia di Imperia, su 2000 votanti, ho ottenuto 1500 consenti e poi sono stata inserita nelle liste, ma non pensavo che sarei stata messa capolista in Liguria. Quando me l’hanno detto, pensavo di rifiutare, perché è un impegno, e poi le mie battaglie le avevo fatte. La mia candidatura è stata scelta anche da Pierluigi Bersani a livello nazionale, neanche dal mio partito provinciale o regionale, è arrivata da roma ed io mi sono chiesta: “ma siamo sicuri? Ma stiamo scherzando?”. Ovviamente la mia attività non si limita alla lotta anti-mafia, per la quale forse sono stata prescelta. Sono stata in Commissione Cultura, il mondo da cui vengo. Volermi inserire nella Commissione anti-mafia è una scelta che ha fatto il presidente Grasso e io non l’ho chiesto.

Torno alla vicenda dell’ambito famigliare: dopo questa volontà che lei ha avuto, è più amata da suo marito?

Noi siamo insieme esattamente da 41 anni, quindi eravamo ragazzini. Le dico che lui è stata la mia forza. Mi ama ancora di più credo. Io sono a Roma tre giorni a settimana e spero sempre che mi ami di più, sono certa che il nostro rapporto si è maggiormente consolidato. Dietro certe non facili decisioni c’è sempre qualcuno che ti da la forza, e lui mi sprona a proseguire per il mio cammino. Vede, io sono una persona semplice e il mio modo di esprimermi è lo stesso da sempre. All’inizio, specialmente nei rapporti con voi giornalisti pensavo di dovermi esprimere in un dato modo, poi invece ho pensato di dover usare il mio linguaggio di sempre, di essere me stessa. E che fosse compito dei giornalisti essere capaci di entrare in me e capire quella che sono. La politica l’ho sempre fatta guardando le persone negli occhi, non mi sono mai nascosta, mai sottratta a nulla. Ho preso mille critiche. Quando abbiamo discusso in Senato l’emendamento 1150, per quanto riguarda le sale giochi, io come sempre ho fatto la mia severa battaglia. Tornando a casa ho trovato una scatoletta piena di escrementi e mi hanno aggredita verbalmente. Questo a mio marito l’ho nascosto.

Le donne della mafia, mogli, amanti di mafiosi, come sono? che esperienza ci può raccontare?

Sono terribili, le madri e soprattutto le figlie. Quando hanno arrestato i mariti per attentati, corruzione, droga, traffico d’armi, si sono ancora più inviperite. La ‘ndrangheta da noi c’è già da 40 anni, ma era circoscritta dal vecchietto gelataio all’angolo di una via, insospettabile eppure non v’era foglia che Don Peppino marciano non facesse muovere. Andavano tutti da lui. Però la situazione era pacata, sotto controllo. Poi è arrivata la nuova generazione, con lussuose auto, donne ingioiellate, famiglie intere che chiedevano facilitazioni per i buoni pasto, e il comune glieli concedeva. Gente con milioni di euro che la magistratura ha poi sequestrato. Quando li hanno arrestati, le mogli sono rimaste a casa, sono più fetenti degli uomini. In strada, incrociandomi, sputavano per terra sussurrando e rivolgendosi a me, dicendo: “Tu, cosa lorda”. Io tiravo dritto per la mia strada. Una volta, passando sotto casa di una di loro, in una strada centrale di Bordighera, mi ha sfiorato un vaso di fiori lanciato da un terzo piano. Alzo lo sguardo e incrocio quello di una giovane ragazza, forse la figlia. Un’altra volta una ragazzina tredicenne, uscendo dalla palestra, con aria di sfida si rivolge alla madre così dicendo: “Mamma, sei stata a trovare papà? Beh, digli che sta passando quella p……”

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