Approvato il “reddito di inclusione” anche per i proprietari di prima casa e fino a 485 euro mensili

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Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale…”. Così recita, nella sua parte inziale, il comma 1 dell’art. 3 della Costituzione.

Tuttavia, parole quali dignità, libertà dal bisogno, inclusione sociale, sono oramai sconosciute a 4 milioni e 598mila italiani che –secondo gli ultimi dati ISTAT- versano in condizioni di povertà assoluta.

La crescita del fenomeno si registra soprattutto nelle famiglie con quattro componenti e in particolare nel Mezzogiorno.

Con la precipua finalità di contrastare l’indigenza, nel 2013 in Italia è nata l’Alleanza contro la Povertà, alla quale aderiscono 37 organizzazioni tra realtà associative, rappresentanze dei comuni e delle regioni e sindacati.

Sollecitato dalla predetta Alleanza e consapevole di non poter ulteriormente rinviare il problema “povertà”, il Parlamento ha approvato la legge n. 33 del 15 marzo 2017 intitolata “Delega recante norme relative al contrasto della povertà, al riordino delle prestazioni e al sistema degli interventi e dei servizi sociali”.

 Trattasi di legge con la quale il Governo è stato delegato ad adottare, entro sei mesi, uno o più decreti legislativi recanti l’introduzione di una misura nazionale di contrasto della povertà  (reddito di inclusione), il riordino delle prestazioni di natura assistenziale, finalizzate al contrasto della povertà nonché, il rafforzamento del coordinamento degli interventi in materia di servizi sociali.

Dall’adozione della predetta legge ha avuto avvio la fase del dialogo tra l’Alleanza e il Ministero del Lavoro i cui esiti sono rinvenibili nel Memorandum che, venerdì 14 aprile, a palazzo Chigi, è stato firmato dal Presidente del Consiglio dei Ministri Paolo Gentiloni, dal Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti e dal portavoce dell’Alleanza contro la Povertà, Roberto Rossini.

In occasione del Memorandum –che costituirà la base dei successivi decreti legislativi- il premier ha ringraziato l’Alleanza contro la Povertà così dichiarando: “Tra i meriti dell’Alleanza vi è quello di aver alimentato nella società un atteggiamento esigente nei confronti delle istituzioni su questo problema”.

Annunciando lo stanziamento di due miliardi in favore delle famiglie più povere, il premier ha palesato la necessità di allargare nei prossimi anni la platea dei destinatari della misura, attraverso l’estensione del Fondo nazionale per la povertà.

I beneficiari saranno individuati prioritariamente tra i nuclei familiari con figli minori o con disabilità grave o con donne in stato di gravidanza accertata o con persone di età superiore a 55 anni in stato di disoccupazione.

Cos’è il reddito di inclusione?

E’ il nuovo sussidio nazionale contro la povertà delle famiglie che risiedono in Italia e che sostituirà il Sia, sostegno di inclusione attiva che è risultato essere una “misura ponte” in via di sperimentazione.

Il reddito di inclusione risulta molto più ampio rispetto al Sia, introducendo una serie di requisiti che permetteranno a molte più famiglie di accedere al servizio.

L’assegno potrà arrivare fino a 485 euro al mese e sarà condizionato all’adesione ad un progetto personalizzato che prevede attivazione ed inclusione sociale lavorativa, finalizzato all’affrancamento dalla condizione di povertà.

Fatta tale premessa, passiamo ad analizzare i punti di intesa raggiunti con il Memorandum.

Quali sono i criteri per determinare l’accesso dei beneficiari?

Nell’intesa raggiunta tra l’Alleanza e il Governo è previsto che il reddito ISEE non sia l’unico criterio per l’accesso al reddito di inclusione ma si tenga conto anche del reddito disponibile, così da permettere l’accesso anche a chi è proprietario  della casa in cui abita ma versa in stato di povertà.

La soglia ISEE per accedere al reddito di inclusione è fissata a 6000 euro  (più elevata dunque rispetto a quella prevista per il Sia) mentre a 3000 euro la soglia ISR con riguardo al reddito disponibile.

Quali sono i criteri per stabilire l’importo del beneficio?

L’importo del sostegno monetario sarà differenziato in base al reddito, ovvero calcolato come differenza tra il reddito disponibile e la soglia di riferimento dell’ISR (tenuto conto della scala di equivalenza).

In tutti i casi, la quota della differenza coperta non dovrà essere inferiore al 70%.

Dall’importo così determinato sarà sottratto l’ammontare di eventuali altre prestazioni percepite dal nucleo, ad eccezione dell’indennità di accompagnamento e altre prestazioni di analoga natura.

Cosa succederà se il beneficiario del reddito di inclusione trovi lavoro?

Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali si impegna ad introdurre dei meccanismi per evitare che si crei un disincentivo economico alla ricerca di occupazione, prevedendo di continuare, almeno in parte, a concedere un sostegno economico ai beneficiari anche dopo un eventuale incremento di reddito che li portasse al di sopra delle soglie di riferimento, con tempi e condizioni da definire.

Qual è la forma di finanziamento dei servizi per l’inclusione?

Con il memorandum il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali s’impegna ad introdurre nel Fondo per la lotta alla povertà una specifica linea di finanziamento strutturale per i servizi di inclusione sociale, connessi al reddito di inclusione, in forma di quota vincolata da destinare ai territori.

Il Governo assicura, altresì, che la quota vincolata non scenderà mai al di sotto del 15% della dotazione del fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale.

Come saranno supportati i territori nell’attuazione del Rei?

I decreti legislativi che saranno adottati–come annunciato dal premier Gentiloni- entro fine mese, individueranno una struttura nazionale permanente di affiancamento delle amministrazioni territoriali competenti, nonché di supporto tecnico, al fine della piena ed uniforme attuazione del reddito di inclusione.

A questo punto non resta che attendere i decreti attuativi della legge n. 33/2017 che avranno come base le intese siglate con il Memorandum e chissà che per la fine dell’anno si possa realmente restituire la “dignità” al maggior numero possibile di famiglie.

 

 

 

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